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”La mia meta è il mito della metà”

 

Intervista all’artista Xena Zupanic:”La mia meta è il mito della metà”

Xena Zupanic

è un’artista immensa. Vanta molte lauree, è scrittrice, attrice, modella, performer e non smette mai di stupirsi(ci). Dalla Croazia ha deciso di vivere in Italia, oramai da moltissimi anni, facendo da modella a grandi fotografi, e partecipando a spettacoli teatrali e programmi televisivi. Ha scritto libri e fatto performance e nella sua profondità artistica non dimentica di esistere.

I dialoghi sono primitiva intelligenza spesso o a volte.


Evoluzione come partecipazione spinta.
[Io e Xena ci siamo scontrate.]

Evoluzione è un movimento dei dadi: ALEA JACTA EST.

Correre l’alea in un stato d’ebrezza emotiva, con passo profondo raggiungere CATABASIS e ANABASIS logoranti, presuppone evolversi in un paesaggio Macbethiano, dove il muro degli alberi della foresta è in marcia, in movimento verso il nostro (mio) Io, perennemente attaccato e decapitato.

Non so chi sei ma avrai.

HOSTIS HOSPES [straniero(nemico)/ospite].

Non so chi sono, ma avrò me stessa nel momento del distacco dal mio Io illusorio.

Lo stesso: l’apertura verso l’altro mi dona, a me stessa, al prossimo.

L’ignoto, il buio, viene prima rischiarato e dopo illuminato nel processo della diagnosi quotidiana. Illeggibile diventa leggibile mentre senza conteggio, mi dono.

Non so chi sei, straniero (Hostes)

Il Nemico, l’Ospite, l’ostrogoto selvaggio?

Questa notte ti ospiterò, perché ospito me stessa.

Presto, presto, mio Caro, perché il nuovo giorno ruberà il mio ostello, la mia dimora provvisoria.

Il portamento è un tormento al cambiamento.

Il portamento è sempre una cosa ignobile. Un peso schiacciante caricato dall’infanzia, ben predisposto sul nostro volume corporeo. Il portamento non lo lasciamo mai fuori dalla porta. E’ un amante appiccicato addosso, un parassita spensierato con la fissa dimora. Bisogna sorprenderlo, estraniandoci a noi stessi in un movimento fulmineo, decisivo. Prenderlo per il collo e scrollarlo addosso, senza pietà (come potrebbe farlo l’ispettore Ginko con il suo acerrimo nemico Diabolik). Solo dopo questo movimento incomincia a soffiare la brezza marina: con la barba da lupi di mare salpiamo dal porto leggeri verso non so chi, verso non so dove.

Decidi tu quale sogno sei.

Quando ho deciso quale sogno sono ho smesso di sognare. A che serve?

I sogni vengono in quanto abbiamo deciso di abbandonarli.

Finché hai ancora parole puoi urlare.

Si urla anche senza le parole. Il pozzo profondo dentro di noi, con la luna insanguinata, produce l’effetto Pavlov nel nostro essere animalesco: senza parole abbaiamo verso il fondo, ossessivamente, con la speranza sempre giovane, sempre nuova.

Il sentimento è un gradimento che marcisce allo smarrimento, tormento, momento.

Il sentimento marcisce sempre: non è un antico egiziano, monumentale ed eterno, un etrusco che ancora fresco danza al di là.

Senti sentimento: tante volte menti con il gusto piacevole, gusto di menta appena sopra il mento, tu, il menestrello di te stesso.

Adesso, voglio menarti, mentre sei mencio, io Menade che gradisce lo smarrimento.

Sei libera ma vuoi urlare.

Si urla in quanto siamo liberi. Solo l’urlo di un uomo selvaggiamente libero fa riconoscere che lui veramente esiste.

Ur – uomo, urla

La tua meta è metà

La mia meta è il mito della metà. Amo il puro mito per non illudermi di credere che esiste la vera metà.

La metà è un’entità spuria: si mette sempre in mezzo per inquinare la parte genuina.

La fonte corrisponde al dubbio di rimanere.

La fonte sempre richiama e noi non possediamo la magica cera d’Odisseo che la preservò dalle Sirene. Il dubbio si coltiva nel silenzio profondo, privato dal brusio delle voci, del canto, del sonoro. Appena infranto il silenzio, miserabilmente scompare nel Niente: il canto della Fonte è un phonè potente che richiama la barca d’epistrofè. < Plotino – il ritorno al Padre (Fonte)

Sostanza in essenza sotto forma di clessidra

Nella quale parte di clessidra mi trovo mentre la sabbia scende inesorabilmente?

Sepolta viva (urlare non posso più) o nella parte vuota, conica, dove le mie grida rimbombano dentro le pareti di vetro chiuso ed angosciante?

In ogni caso, sono io la sostanza, la pura essenza di clessidra: rubata al tempo, non temo il termine.

[di Luciana Cameli]

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